13/10/20

Alessandro Anderloni


Gioanin costruiva case, ma nessuno lo aveva mai chiamato muratore. Di lui si diceva che ne sapesse più degli architetti e che calcolasse gli angoli senza andare a disturbare Pitagora. Severino voleva costruire una malga sul suo pascolo, ai Crensi, insieme ad altri uomini della contrada. Aveva scelto bene il posto, su un piccolo dosso, esposto al sole e non a tramontana. Lo conosceva perché ci tagliava l’erba e ci pascolava le bestie da tutta la vita. Severino aveva chiesto a Gioanin di dargli una mano. Le pietre le avrebbero cavate sul prato poco lontano: una piccola cava che sarebbe stata presto riportata a prato, perché ogni metro di erba era preziosa. Le piccole stalle da costruire erano tre, addossate l’una all’altra, con i loro fienili e con annessa la piccola casara dove fare il formaggio. I tetti li avrebbero costruiti spaiati, quelli centrali a doppia inclinazione, con le lastre in gronda e le canne di paglia, perché il sottotetto traspirasse. Li chiamavano tetti a capanna, perché nessuno aveva mai sentito parlare di tetti cimbri. I tetti delle parti esterne, invece, li avrebbero completamente ricoperti di lastre sovrapposte l’una all’altra, con sopra le pietre lavorate a segnare la linea di colmo. Costruire a regola d’arte il tetto era la cosa più difficile e la più importante, perché se anche una sola goccia iniziava a cadere dentro l’edificio, sarebbe stato l’inizio di una rovina certa. Non c’erano scuole che insegnavano a costruire o manuali su cui studiare. Gioanin aveva imparato da suo papà e i suoi figli stavano imparando da lui. Le finestre e le porte avrebbero avuto gli stipiti di marmo, chiuse con inferriate che avrebbe battuto Franco, il fabbro del paese. Né Severino né Gioanin si misero a fantasticare sulla grandezza e la forma delle aperture: dovevano essere piccole perché non passasse tanto freddo d’inverno, e al piano superiore ci volevano fori per arieggiare il fieno ancora più piccoli, a forma quadrata, ovale o triangolare. Gioanin era anche un abile scalpellino e avrebbe lavorato le pietre sul posto, così gli spostamenti con il carretto trainato dalla vecchia Grisa, da chiedere in prestito a Ferruccio, sarebbero stati i meno possibili. Intorno alle stalle, avrebbero utilizzato altre pietre cavate lì vicino per delimitare il piccolo letamaio e il porcile e con quattro sassi conficcati nel prato, con una fessura scavata sui lati per lo steccato, avrebbero delimitato un piccolo recinto per le bestie, con dentro una vasca di pietra dove potevano bere e una sasso dove leccare il sale. Gioanin aveva fatto qualche schizzo a matita su un pezzo di carta da pane, davanti a un bicchiere di vino rosso e a un pezzo formaggio a casa di Severino. Non c’erano progetti da presentare a qualche funzionario che non aveva mai visto il posto, piani regolatori da rispettare approvati da qualche assessore con molti amici impresari, commissioni edilizie che avevano stabilito l’altezza della stalla e il colore dell’intonaco, perché le altezze erano quelle che dovevano essere e per le pareti si sarebbe usata solo quel poco di malta fatta con sabbia grezza che bastava, lasciando i sassi “faccia a vista”, senza che nessuno avesse mai prescritto le “pareti con sassi faccia a vista”. Quanto al compenso, Severino e Gioanin avevano fatto quattro conti e si erano dati la mano una domenica dopo messa seconda all'osteria: il contratto era firmato con la parola. I lavori iniziarono a primavera e andarono avanti spediti. Nessuno redasse il piano di sicurezza, eppure sul cantiere nessuno si fece male; nessuno calcolò l’impatto ambientale perché nessuno sapeva cosa fosse; nessuno certificò la classe energetica dell’impianto di climatizzazione funzionante con legna tagliata nel bosco dietro al dosso e con il calore emesso del corpo degli animali. Severino e gli altri contadini della contrata iniziarono a portare le bestie nelle stalle e a mettere il fieno nei fienili appena possibile, a mano a mano che gli edifici erano pronti, prima che fossero presentate la dichiarazione di fine lavori e l’asseverazione degli impianti che nessuno presentò mai. Quando ebbero finito, nessuno si chiese se il lavoro fosse ben fatto: era come doveva essere, e basta. E nessuno parlò di buon gusto, di bellezza, di armonia: cosa serviva a quegli uomini definire con delle parole quello che custodivano, intimamente, dentro di sé? (Fotografia di Flavio Pèttene)